Chi te l'ha fatto fare Maestro Orfeo a voltarti indietro, quella volta? Divagazione mistagogica

02 Apr 2020

Ho incontrato Orfeo nella sua casa, più che altro un capanno, ai piedi del Monte Ida, al limitare di un bosco che s’inerpica fino alla cima. L’ambiente era assai disadorno. L’unico arredamento vero e proprio quattro cetre di diversa foggia poggiate con arte su una cassapanca.
‒ Chi te l’ha fatto fare, Maestro, a voltarti indietro, quella volta del riscatto di Euridice?
‒ Che nausea, l’ennesima volta di questa domanda. Nessuno che mi chieda mai come riuscissi ad incantare gli animali, anche i più aggressivi, quando, accompagnato dalla mia cetra, cantavo al vento? Danno tutti per scontato che il mio canto ottenga un simile effetto d’incantamento delle bestie anche più feroci. Lo sai tu perché avviene? 
‒ Perché avviene?
‒ Non cantavo per nessun umano, ecco il motivo per cui avviene, ma solo per me.
Mi aspettavo una spiegazione fondata su qualche considerazione sciamanica o su una particolare conoscenza di filosofia naturale concernente la sintonia tra musica e spirito animale. Ed invece ecco una risposta intimista, a pensarci degna di lui. 
‒ E ciò rendeva il tuo canto più bello o più comprensibile agli animali?
‒ L’estetica è perfetta quando non ha altri scopi che sé stessa. Se il canto ha qualsiasi altro scopo, soprattutto di acquistare potere, non placa ma divora. Perciò le Sirene, cantanti divoratrici di anime e di corpi.
‒ E cioè?
‒ La bellezza deve essere libera da ogni altro intento se non quello di essere tale. Solo così incanta e pacifica qualsiasi ferocia, umana e animale.
‒ Però, nel momento in cui hai scoperto di incantare gli animali, davvero non hai voluto verificare se succedesse di nuovo e se quindi il tuo canto avesse un particolare potere?
‒ No. Anche se avveniva, non mi interessò mai che avvenisse. Ho continuato a cantare perché mi scaturiva dal profondo del cuore qualunque conseguenza avesse su altri esseri.
‒ Mentre, a tuo parere, quando si hanno altri scopi che non siano l’espressione di sé, anche il canto diviene una delle tante forme di possesso delle altre creature, umane e non.
‒ È così.
‒ Si dice, però, che fosse così bello perché struggente di nostalgia per la perdita di Euridice.
‒ Stai tornando alla domanda che ti ho pregato di non farmi.
‒ Allora dimmi qualcosa sull’orfismo.
‒ Di quella religione misterica costruita attorno al mio nome, intendi?
‒ Forse è stata ispirata dalla tua discesa agli Inferi per riscattare Euridice? 
‒ Sei davvero un noioso intervistatore. Torni sempre al punto di partenza. E quanto all’orfismo non ho mai preso alcuna iniziativa in merito e non ho mai pensato di fondare una setta religiosa. 
‒ C’era da aspettarselo. È vezzo antico quello di costruire religioni e filosofie attribuendole a personaggi che non ne avevano alcun intento. 
‒ Ci ho fatto talmente l’orecchio al termine “orfismo” che non mi irrita più come un tempo. E quanto al vezzo, come dici, non è affar mio.
‒ Se quello sventurato giorno del morso della vipera ad Euridice tu l’avessi accompagnata a passeggio, avresti potuto con una sola nota di canto immobilizzare quella serpe e dissuaderla di mordere tua moglie.
‒ Purtroppo. Non me lo ricordare. 
‒ Tu che avevi nel canto un’arma in grado d’incantare Cerbero e di far piangere di tenerezza le Erinni. 
‒ E di affascinare a tal punto gli Dei del regno della morte da indurli ad aprirmi le loro porte per riprendermi Euridice.
‒ Ed allora, perdonami, come non chiederti chi te l’ha fatto fare di voltarti all’indietro proprio sul limitare del mondo vivente? Cosa ti ha indotto a cedere all’ansia di non essere seguito? O fu immotivata diffidenza verso la promessa degli Dei inferi che lei sarebbe risalita di certo con te a condizione di non voltarti indietro?
‒ Sei così ristretto nella tua mente da non aver trovato da solo una risposta soddisfacente? Presumo, quindi che tu mi ritenga stupido. Dovrebbe esserti evidente che si tratta di una calunnia. Ti pare che io non abbia la capacità di dominare la curiosità o, se vuoi, il desiderio di guardare subito il volto di Euridice, per quanto amato? Io che conosco il governo di ogni movimento dell’animo, senza il quale non si dà arte?
‒ Ma allora come è uscita questa diceria?
‒ Non c’è nulla di più stucchevole e superficiale delle storie raccontate per ammaestrare. Ma nelle storie si nascondono fin troppe pieghe su cui il pedagogo sorvola per puntellare i propri insegnamenti.  
‒ E quindi qual è la verità?
‒ È sempre più complessa dell’ovvietà. Anche nelle imprese folli di noi Mitici non manca mai la logica. 
‒ Racconta, ti prego.
‒ Seguimi passo passo nel mio viaggio infero. Dopo aver all’ingresso cantato per addormentare le tre teste di Cerbero, ho dovuto, sempre con il canto, intenerire ciascuna delle tre furiose Erinni, calmare le aure ostili degli Inferi; infine ho intonato le melodie più sublimi per sedurre i sovrani inferi Persefone e Ade allo scopo di ottenere da loro il rilascio di Euridice. Ho prostituito la mia arte in nenie melense adatte ai loro orecchi adusi ai lamenti dei morti. Ero esausto soprattutto per le richieste di Persefone: “cantami questo, cantami quello; la conosci quell’aria dell’Attica che si canta la sera agli innamorati?”. La mia gola era già esausta quando riuscii a svincolarmi. E quindi andai a cercare Euridice, senza poter chiedere ai trapassati che passeggiavano indolenti nei prati di laggiù raccogliendo e masticando asfodeli se la conoscessero e sapessero dove fosse, altrimenti avrei dovuto smettere di cantare e così l’incanto sarebbe finito. E per di più, anche se avevano quell’aria melanconica e svagata, per cui sembravano non aver coscienza di dove si trovassero, temevo si incuriosissero, si agitassero e volessero accodarsi a me. 
‒ Deve essere stato impressionante attraversare quella folla vagante tra la non-vita e la morte: ombre senza innocenza e sguardi senza scopo. 
‒ E tuttavia dovevo continuare a cantare anche per loro e mantenerli nell’immobilità estatica in modo che non si accorgessero del mio stato di persona in vita e non mi ostacolassero con le loro ansie di trapassati.  Non saprei dire per quanto ore ho cantato. Di continuo, senza mai interrompermi. E quando finalmente l’ho trovata, l’Euridice, accucciata su un terreno roccioso, immobilizzata nel terrore di essere morsa, con i piedi sollevati da terra, era talmente perduta da non riconoscermi. L’ho dovuta trascinare per una manica verso l’uscita. Puoi immaginare la mia ansia che la voce, ormai quasi fievole, si spegnesse sulla via del ritorno verso il mondo di sopra. Euridice strascicava i piedi imbambolata. Cantavo canzoni di esortazione ad affrettarsi, senza dimenticare nel frattempo di modulare armonie vocali che mantenessero nella condizione d’estasi ogni abitante degli Inferi, compreso l’ingresso dove avrei dovuto affrontare di nuovo il Cerbero guardiano. Ma più inseguivo le sfumature tonali del canto, mi aggrappavo ai lenti, ai labili, alle sfumature vocali, più lei e perfino la vegetazione viscida e umidiccia di quell’interminabile passaggio verso l’uscita s’imbambolavano nell’inerzia.
‒ È impressionante. Par di vederti nel vortice di un viluppo oscuro. 
‒ Una vibrazione si sovrapponeva all’altra. Sentivo che lo spazio mi si attorcigliava attorno come la matassa di un’edera contorta, fino a soffocarmi la voce nella gola.  E infine vidi, proprio a pochi passi dall’uscita, che l’imboccatura stessa si avviticchiava e si restringeva fino a chiudersi di nuovo, mano a mano che la voce mi si strozzava roca in gola. Ed allora l’armonia della mia voce si è squarciata in una stonatura, autentica, dissonante, disarmonica, sgradevole. Mi moriva la voce e con essa anch’io morivo. La forza magnetica del mio canto si spense e la gravitazione dell’abisso nero dell’al di là si risucchiò la mia sposa. Solo quando fui certo che l’infido scirocco degli Inferi aspirava all’indietro anche le mie vesti ed Euridice emise una flebile invocazione del mio nome mentre era carpita di nuovo all’indietro, a malapena tornata alla coscienza, mi girai con un balzo d’istinto per urlarle «Sbrigati!». Mi sono ritrovato a terra, con la cetra ammaccata, stupito di me stesso, proprio quasi all’uscita dalla grotta. E solo per una maledetta stonatura da stanchezza, maledizione! Ed eccomi qua, a cantare per nostalgia e per viltà. Altro che curiosità o diffidenza. È la vendetta della bellezza quando viene indirizzata ad uno scopo. È la vendetta delle leggi dell’al di là. Ed è il risultato di una sfida perduta. 
‒ Una triste ed eroica impresa la tua. Perché mai, allora, qualche stravagante personaggio ne ha approfittato per costruirci attorno le fumisterie dell’orfismo e i moralismi sul non attenersi ai desiderata degli Dei?
‒ Il fatto è che i Greci non sono poi così sapienti come la si vuole dare da intendere. Prova a chiederlo anche agli altri Mitici, e non solo a me, chi gliel’ha fatto fare. Vi sono meno stelle in cielo che stramberie fra i Greci e i loro Dei. Chiedilo ai Mitici, che loro malgrado di voi umani son sogni.
‒ È vero, come si racconta da qualche scrittore, che dopo il trauma di questa doppia violenta vedovanza tu sia divenuto gay e che perciò le femmine Baccanti ti abbiano aggredito e massacrato a percosse e morsi durante una loro celebrazione orgiastica dionisiaca di etero oltranziste?
‒ Vero che mi abbiano aggredito, non che sia divenuto gay. Sono rimasto tra la vita e la morte, a lungo. Volevano punire in me il maschio, secondo loro, fedifrago, vile, senza nerbo e astemio. Quando sono uscito dal coma ho scoperto che, durante tutto il periodo della mia assenza psichica, qualcuno, uno dei soliti sedicenti maghi e veggenti tipici dell’Ellesponto più remoto, aveva ricamato attorno alla mia vicenda delle considerazioni a conferma di una sua dottrina. Eravamo divenuti, io il simbolo del corpo ed Euridice quello dell’anima. Io il corpo che imprigiona l’anima: che scempiaggine e che maldicenza. D’altronde non avrei saputo come fare per smentire. Le fandonie si diffondono da sole, favorite dalla dabbenaggine e dal bisogno di attribuire l’errore a qualcun altro che non a sé stessi, e così di cavarne una pedagogia a spese altrui. Ma l’hai compreso, ormai, che non me ne importa niente dell’orfismo e di tutto il resto. 
‒ Un’indiscrezione, se non ti dispiace. Euridice ti ha mai perdonato per quel gesto?
‒ Domandalo a lei.
‒ Davvero? Posso parlarle?
Mi fissò con una piega di commiserazione appena accennata sulle labbra. Chiamò con la sua bella voce tenorile il nome della moglie. Aveva voltato il capo verso la parete alle sue spalle. Non apparve nessuno. Non avrebbe potuto essere altrimenti, giacché la parete non rivelava alcuna apertura e, del resto, l’unica era quella dell’ingresso da cui ero entrato io. Chiamò ancora con maggior volume. Una terza volta con decisione. Ancora nessuno.
‒ Non le va di venire, oppure non mi sente. Comunque, le donne non perdonano, al massimo ci poggiano una pietra sopra.