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Genesi. Itinerari Inversi

Mario Papadia - Libreria Universitaria

Descrizione



Si può volare pur avendo i piedi ben piantati a terra? Si può fare poesia con la scienza? 

Mario Papadia infonde, in queste pagine, tutto il suo sapere di uomo di scienze e di letteratura e lo trasforma in poesia, toccando temi che coinvolgono l’animo di ogni essere umano. 

Un viaggio dentro la conoscenza ad ampio respiro. 

In queste pagine c’è l’essenza dell’uomo, filosofia, psicologia, evoluzionismo, biologia; in sostanza, poesia e scienza, attraverso la penna dell’autore, si fondono magicamente regalando continui spunti di riflessione che arrivano diretti al cuore e permettono al lettore di volare.

(Giulio Uffreduzzi)

 

I significanti profondi dell’esistenza -  il Principio e i Miti, il futuro e il passato, la morte e i sogni, la Madre e l'Amore... - vengono trattati dall'Autore nei chiaroscuri della domanda e del dubbio, dello sconfinamento e del ribaltamento, del paradosso e della sorpresa. Il linguaggio scorre nelle ambivalenze delle metafore e dei simboli, il tono di voce è pacato, talvolta ammiccante. Resta a chi legge il tumulto delle emozioni restituite dai versi, e la necessità di affrontare, a sua volta, l'inquietudine per i misteri infiniti.

(Annamaria Armano)



E' alla Donna che si rivolge Mario Papadia nel suo "Genesi", raccolta di frutti poetici suddivisa in quattro parti.

Come Socrate, di cui conosce il metodo, pare rivolgersi a una Madre, la Levatrice Universale e Suprema. Le sue liriche infatti partono dal principio, narrando il concepimento di una gigantesca mente generatrice, la cui essenza femminea rammenta il dipinto di Courbet. Ma nella Genesi oltre a creare, la femmina viene anche creata, e diventa interlocutrice, amica e amante sfuggente. Si sublima trasmutando in Natura, dalle radici della terra ai rami rivolti al cielo, passando dal ciclo rigenerante delle stagioni, fino alle aspirazioni cosmiche dell'Altrove. E così i ricordi della fanciullezza, la negazione del Padre, come simbolo del cattolicesimo. 

Mario Papadia naviga col suo bagaglio esperienziale nell'essenza della sua umanità, dal batterio della Genesi appunto, all'Amigdala, sentinella delle emozioni. Dagli influssi lunari alla particella subatomica elementare: il neutrino. Dalla Scienza alla Poesia, e viceversa, come nell'infinito matematico. Papadia ritrova la sua professione e la sublima nella simbologia dei colori, di figure mitologiche come il Giano bifronte, o fiabesche come l'unicorno e la bella addormentata. E non manca d'autoironia questo suo viaggio, fatto di arrivi e partenze, di sogni e visioni. Si fanno carne e quindi passioni, oppure luoghi come Piazza S. Giovanni, che pur ha avuto un ruolo nella vita del poeta. Fino a giungere ai saluti, lanciati dal finestrino di un tram che sembra chiamarsi desiderio.

(Sara De Deo)



Raccolta di poesie che scorrono in stile logico e riflessivo, pregno di una consapevolezza profondamente passionale, che si immerge con acutezza nella molteplicità dell’essere al mondo. Il senso d’appartenenza al tutto a tratti si snoda con una riconciliazione oltre il tempo, cercando di afferrare attraverso la propria finitudine amori ardentemente vissuti, sfiorati, sognati, e dialogando persino con la morte, nostra fedele compagna di vita, prendendola in sposa, nella possibilità in cui anche lei nel suo esserci non esiste. Una morsa al cuore irrompe con “Buon Natale”, che non tralascia nessuna infanzia, in tutti i luoghi e tempi vissuti e viventi. Leggendo poesie come “Deinococcus Radiodurans”, “Neutrino” “Stalagmite”, ci sentiamo figli dell’universo con la coscienza che il nostro esserci è sparso ovunque, affannandoci così in una riconciliazione meravigliosamente infinita. Genesi è il ritorno di un’Alice vissuta e matura, ma ancora abile a cogliere il proprio essere “umani” con sguardo onirico, tracciando itinerari inversi e paradossali, salutandoci infine con un “Ciao” raffinatamente tagliente che lascia provocatorio un itinerario sospeso.

(Sarah Narducci)



Un derviscio rotante. Sufi. La danza del cosmo.  Ipnotizza se lo guardi danzare e ti smarrisce nel vortice. Ma se entri nel suo spin, ti lasci sedurre e lo segui nella rotazione continua, nei suoi sogni da sognare, avanzi nell’infinito.

La poesia di Mario Papadia è movimento rotatorio in progressione. Trovatelo nella gioiosa “Girare”, un costante avvolgersi su sé stesso fra domande che non hanno risposte, se non altre domande, tra dubbi e certezze irrisolte come in “Giano” e “Dio” e tra constatazioni divertite e ammirate dal sapore di pensiero bambino, come nel caso di “Amigdala”.

Questo arrotolarsi sul proprio asse di memoria, a tratti sincopato ma mai interrotto, si combina coerente con la circonvoluzione attorno al proprio sole, nelle quattro stagioni di una vita e di un intelletto energici e indomiti. “Genesi”, “Natura Naturante”, “Colomba” e “Risciacqui” completano e sempre rinnovano un ciclo vitale attratto dalla stella che domina il cosmo: il Femminile, il sole che dà la vita, principio nel Principio. Con devozione e rispetto il poeta vi si confonde – “LUPO” - ne assume a tratti il ruolo materno, “Psicoterapia”, ne fa l’oggetto della sua devozione e ardore carnale – “Chiodo”, “Shopping” – senza mai fermarsi però, con la gioiosa consapevolezza che non può esserci una storia sola – “San Valentino Sghembo” -  e che la durata dell’amore forse dipende da un dialogo senza soste “Ciao”.

(Maria Grazia D’Agata)



La poesia di Mario Papadia è ricca di sfumature come le sfaccettature colorate di un unico prisma. È poesia che indaga i quesiti dell’animo attraverso l’autocompenetrazione delle contraddizioni dello spirito e dell’amore. Ma è anche poesia curiosa come i mille perché di un bambino. Poesia ironica e autoironica che in certi versi vira verso quell’umorismo scapigliato dei limerick o la brevità scherzosa degli haiku. Poesia suggestiva perché evoca sensazioni, di che genere poco importa, e non dà risposte né le cerca come un notturno monologo alla luna. Piccolo libello sincero, vivace, acuto e soprattutto insolito.

(Alessia Celestini)



La parola della poesia è come la mano che, con amore, modella le forme. Porta con sé valore estetico e comunicativo. Quello che esprime Mario, esploratore inappagato delle pieghe interne dell’animo umano, suscita meraviglia e suggestione delle immagini evocate. Le sue parole riescono a colmare, almeno provvisoriamente, il vuoto interiore che, talora, la solitudine origina. La poesia si fa sogno ed il sogno plasma la realtà del momento.

“Il bisogno del poeta è che canti ciò che unisca l’uomo agli altri uomini, ma non neghi ciò che lo disunisce e lo rende unico e irripetibile” (Montale). Questo è Mario per me.

(Patrizia Tomassoni)



Leggendo Papadia. Guardo quello che mi arriva, vedo un uomo che ha nella conoscenza cercato le sue risposte. Spaziando...  Noto come fa rincorrere le parole una dopo l'altra e compone frasi dandone significato. Esempio: "chi furono colui o colei che per primi allo smarrimento cercarono conforto, rovistando / Nel visibile non senso un invisibile altrove? " Vedo maestria nel giocare con le parole. E sento umanità. Non compete a me guardare alla metrica o alle rime e neppure alla grammatica. Io sento ciò che arriva al cuore. E lui lo fa con la sua complessa umanità.

(Federica Salemme)