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Psicologia politica del terrorismo e dell'emergenza terroristica

MARIO PAPADIA, Libreria Universitaria

Descrizione

Forse non c'è luogo in Italia in cui la traccia delle incursioni e delle crudeltà saracene, una delle tante e reciproche tra saraceni e cristiani, siano tuttora così evidenti come in Otranto. Nel luglio 1480 i turchi, al comando di Gedik Ahmed Pascià, gran visir ottomano e braccio destro di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, sbarca  sulla costa salentina, cinge d’assedio Otranto, che resiste per un mese e massacra decapitandoli gli ultimi resistenti, secondo alcune fonti 800 cittadini maschi, le donne e i bambini ovviamente venduti come schiavi. Che quegli 800 siano stati uccisi in massa perché non hanno voluto rinunciare alla loro fede, come verrà sanzionato dal fronte cristiano nel corso dei secoli successivi, fino ai nostri giorni, maggio 2013, quando Papa Francesco li ha dichiarati santi, o semplicemente perché era prassi, in qualche modo è irrilevante rispetto allo scopo geopolitico ultimo del generale turco, che era quello di far propria la strettoia del Canale d’Otranto e taglieggiare le navi dell’amica-nemica repubblica di Venezia, limitandone il potere mercantile e territoriale nel Mediterraneo orientale. 

Comunque sia, i resti di quei resistenti – eroici o non che fossero stati, martiri forse come all’incirca come gli sgozzati dai tagliagole dell’Isis – sono stati collocati in tre enormi nicchie nell’abside della cattedrale di Otranto, e tuttora là esposte agli occhi del visitatore. 

Su di me ragazzo erano quelle nicchie ad avere una influenza ipnotica, dove le ossa sembrano essere collocate con il preciso intento di mantenere un dialogo vivo con il fedele. I teschi, incastonati tra omeri, femori e tibie, fissano con le loro occhiaie scure chiunque entri nella chiesa e obbligano ad interrogarsi su chi siano e i loro destini. Inevitabilmente, fin dal primo giorno in cui ho avuto la capacità neurologica di formulare una domanda assennata e di intendere la risposta, ho voluto sapere di loro, cercando il riscontro della loro storia in quei resti ossei. Una conferma della veridicità della loro storia era la massiccia presenza del castello, la cui possente presenza si impone in Otranto, nel quale essi si sarebbero asserragliati per resistere invano per un mese.

I Martiri di Otranto – come vengono chiamati da sempre – fanno parte integrante della mia storia, come di tutti i cittadini, e io mi sono sempre figurato che di essi vi facesse parte qualche mio antenato. Il mio cognome, d’altronde ha un’origine greca,  ed è una delle tante testimonianze di quel caratteristico andirivieni per secoli fra le diverse sponde del Mediterraneo orientale. D’altronde anche il visir Gedik Ahmed Pascià era d’origine greca o forse albanese, un cristiano convertito all’Islam passato al servizio del sultano. Ricordo nitido, durante i miei studi adolescenziali, il senso di riscatto personale vissuto nell’impatto, per quanto arido e scolastico, con la battaglia di Lepanto.

È comprensibile come mi sia sempre interessato, almeno da amatore, delle alterne e secolari vicende storiche che costituiscono l’intreccio interminabile – e tuttora attivo – fra la civiltà cristiana e quella musulmana, le conquiste e le riconquiste territoriali, i tortuosi interscambi di classici e filosofi greci, i categorici “sed contra” di Tommaso d’Aquino alle tesi di Averroè,  il senso di pena per i massacri durante la cosiddetta “liberazione” del santo Sepolcro (non bilanciati dal poema del Tasso) e il senso di deprivazione per la perdita di Costantinopoli la seconda patria, fino a che, ai nostri giorni, tutto sembrò confluire nell’oscuro gorgo della questione israelo-palestinese, il vaso di pandora del terrorismo moderno e di tutto ciò che ne è conseguito – anche molto al di là del previsto e oltre ogni catena causale – ai nostri giorni. 

Il terrorismo è un problema umano complesso e come tale può essere esaminato da molteplici punti di vista: storico, culturale, politico, antropologico, sociologico, criminologico, giuridico, psicologico e psicopolitico. Tra  tutti questi possibili filoni d’esame, il mio seminario – delle cui tematiche questo libro è una stesura, – scelse un tracciato di approfondimento che guardava ad esso da tre punti di vista: del fenomeno in sé come comportamento che causa atti ed effetti disastrosi; delle sue conseguenze sulla popolazione  inerme; e infine nella prospettiva di una strategia psicopolitica e umanistica diretta all’aiuto alla popolazione colpita e al superamento della “filosofia” terroristica in nome di un confronto rispettoso delle persone. Proprio perché anche il terrorismo, pur nella sua efferatezza, è un atto umano, e come tale si inserisce nella storia della nostra specie, da essa – come si constaterà nelle pagine seguenti – non è estraneo, e ci si presenta come un comportamento non psicologicamente inspiegabile né culturalmente irriformabile e, infine, proprio per queste ragioni non storicamente invincibile.

INDICE. Capitolo 1. La psicologia politica - Capitolo 2. Fenomenologia del terrorismo - Capitolo 3. Apocalissi e terrorismo – Capitolo. 4 Psicologia del terrorismo – Capitolo. 5 Le armi del terrore – Capitolo. 6 Il terrorismo d’ ispirazione islamica - Capitolo 7. L’ immolazione suicida-pluriomicida – Capitolo. 8 Gestione psicologica del soccorso – Capitolo. 9 Il diritto di fronte al terrorismo – Capitolo. 10 Considerazioni psicopolitiche – Capitolo. 11 La metamorfosi della jiad.

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